cimici da letto

Cimici da letto: come riconoscerle ed eliminarle

Come riconoscere le cimici da letto in casa

 

Non siamo soli. Le nostre case pullulano di vita. Anche quando abbiamo salutato tutti e chiuso la porta, un intero ecosistema ci accompagna giorno e notte fra le pareti della nostra casa. Fra questi ospiti più o meno graditi ce n’è uno che senz’altro non pecca in discrezione: le cimici da letto!

 

Cosa sono le cimici da letto?

Le cimici da letto sono piccoli, insetti infestanti privi di ali che vivono in ambienti chiusi, prevalentemente nelle camere da letto, fra le crepe dei muri e soprattutto nei pressi delle cuciture dei materassi. Di colore rosso scuro-marroncino, hanno il corpo schiacciato che permette loro di infilarsi in spazi stretti e nascosti alla vista. Le cimici da letto sono insetti gregari, vivono in gruppi composti da diverse centinaia di individui . Trovarne una significa avere una colonia ben fornita con cui condividere il nostro spazio. Poco attive di giorno, quando restano nascoste e immobili, si rianimano durante la notte quando vanno in giro alla ricerca del loro cibo: il nostro sangue. Le cimici da letto sono infatti insetti emetofagi. La loro unica fonte di sostentamento è il sangue di animali a sangue caldo, primo fra tutti l’uomo.  Questi insetti sono attratti dall’odore dell’anidride carbonica che emettiamo durante il sonno e proprio per questo motivo i nostri letti sono il luogo ideale in cui vivere, nutrirsi e riprodursi.

 

Cimici da letto, come riconoscerle

Se è vero che le cimici da letto hanno un colore scuro, in pieno contrasto col candore di materassi e lenzuola, e che, seppur piccole, si possono tranquillamente distinguere ad occhio nudo, le loro abitudini notturne e la loro capacità di nascondersi negli anfratti più remoti fa si che la loro presenza resti segreta per parecchio tempo.

Ma allora come facciamo a sapere se la nostra casa è infestata dalle cimici da letto? Come facciamo a riconoscerle? Non le vedremo mai camminare per casa, non le sentiremo strisciare o fare rumore, ma possiamo stare certi che quando siamo stesi a letto, serenamente addormentati, le cimici da letto camminano sui nostri corpi alla ricerca di un punto da mordere per succhiarci il sangue.

Riconoscere le punture

Le cimici da letto pungono prevalentemente le parti scoperte del corpo come viso , collo gambe e braccia. Se al mattino vi svegliate con una serie di macchioline rosse e pruriginose, quasi sicuramente siete stati il banchetto delle cimici da letto. Come riconoscerle in maniera sicura? Gli insetti che pungono l uomo sono diversi: zanzare, tafani, pulci… La lista è lunga e tutti, come è logico pensare, pungono quando il nostro stato di allerta è basso o nullo, come durante il sonno, e prevalentemente nelle aree del corpo non protette dai vestiti. Ma le cimici da letto, questi poco seducenti vampiri kafkiani in miniatura, hanno la fastidiosa abitudine di spostarsi in linea retta lungo la porzione di pelle da cui stanno attingendo, creando così una fila di morsi consecutivi, uno dopo l’altro. La stessa singola cimice può mordere anche cinque o sei volte prima di definirsi sazia. Le cimici da letto si spostano per trovare il punto migliore da mordere o semplicemente perché disturbate dai nostri movimenti involontari durante il sonno.

Uova da cimici da letto

Oltre alle tracce sul nostro corpo, le cimici da letto lasciano chiari segni della loro presenza nell’ambiente in cui vivono. Essendo insetti particolarmente prolifici, non sarà difficile trovare le loro uova. Una femmina, può deporre dalle 20 alle 50 uova alla volta ed arrivare a un totale di 500 uova nel corso della sua vita. Con un simile rapporto fra individui e nascite, si può capire quanto infestante possa essere questo insetto. Nel giro di un mese, le zone in cui vengono deposte le uova si espandono ben oltre i confini del materasso , andando a colonizzare ogni anfratto, ogni tessuto che presenti cuciture o pieghe che possano fornire rifugio.

Le uova da cimici da letto sono di colore grigio chiaro e molto piccole, della grandezza di circa un mm e di forma ovoidale. Vengono deposte inizialmente nelle stesse pieghe delle cuciture dei materassi in cui vivono le cimici stesse. Occorre armarsi di torcia e magari anche una lente per riuscire a vederle. Chiazze bianche numerose altro non sono che i residui di uova di cimici da letto dischiuse.

Gli escrementi delle cimici

Un altro elemento utile a determinare la presenza delle cimici da letto sono gli escrementi.

Gli escrementi delle cimici da letto sono macchioline nere molto piccole, e difficili da distinguere perché spesso vengono in parte assorbite dalla stoffa in cui sono deposte. Un polpastrello particolarmente sensibile può percepirne i leggeri rilievi, ma difficilmente saltano all’occhio senza una ricerca meticolosa. Bisogna anche ricordare che questi insetti sono ospiti molto irrispettosi e spesso dopo il pasto è possibile che gli escrementi delle cimici da letto vengano depositati direttamente sulla nostra pelle.

Sono pericolose le cimici da letto?

Dal momento che questi insetti entrano in contatto col nostro sangue, è lecito chiedersi se sono pericolose. Le cimici da letto non portano malattie e pertanto non sono pericolose per l’uomo.

Ciononostante la loro saliva contiene un agente irritante che rende i morsi pruriginosi. Questo effetto, oltre ad un evidente problema estetico, a seguito dell’eccessivo grattarsi può portare a micro lesioni cutanee da cui possono entrare altri batteri presenti nell’ambiente.

cimici da letto

Cimici da letto e rimedi della nonna: sì o no?

Quando si parla di disinfestazione all’interno della casa in cui viviamo, l’idea di saturare il nostro ambiente con agenti chimici non sembra l’idea migliore. Ecco che allora si comincia a valutare la possibilità di usare sistemi alternativi. Ma eliminare le cimici da letto con i rimedi della nonna, per quanto eticamente affascinante, non dà i risultati sperati. Questi insetti infatti non hanno sostanze che li infastidiscono a tal punto da allontanarli o meglio distruggerli. Le cimici da letto si sono adattate molto bene nel corso dei secoli alle nostre abitazioni con tutto ciò che contengono, vivono in simbiosi con l’uomo e non c’è pianta, alimento, o profumo che abbia potere su di loro.

Olio di lavanda, olio di eucalipto, aceto, hanno un effetto molto blando: migliorano la situazione ma non la risolvono.

Lavare la biancheria sicuramente aiuta, ma non basta. È anche difficile pensare di poter lavare contemporaneamente tutta la stoffa presente in casa e ci sarà sempre un posto in cui le cimici da letto si possono rifugiare per poi ricominciare a riprodursi

Il vapore è senz’altro il metodo naturale più efficace, ma vale sempre il discorso fatto per gli altri: difficilmente si riuscirà a raggiungere ogni tana, ogni individuo, ogni uovo e quelli che rimangono continueranno a propagare l’infestazione.

A -23°C le cimici da letto muoiono in pochi minuti ma, a meno che non riusciate a trasportare casa vostra in Groenlandia in una notte di inverno, anche questa soluzione la dobbiamo scartare.

Data la velocità con cui si moltiplicano le cimici da letto, i rimedi della nonna sono una controproducente perdita di tempo che renderà solo più difficile eliminare un infestazione che da pochi individui ha ormai raggiunto le centinaia se non migliaia.

Cimici da letto: come eliminarle definitivamente.

Una volta appurato che la nostra casa è infestata da queste fastidiose creature notturne succhia sangue, per poter nuovamente dormire sonni tranquilli dobbiamo trovare una soluzione al problema.

Quando si tratta di cimici da letto come si fa a eliminarle?

Esistono in commercio diversi spray facilmente reperibili nei negozi specializzati o online. Hanno una buona efficacia :se l’infestazione è circoscritta e siete sicuri di aver individuato ogni possibile tana, risolverete il problema senza troppa fatica.

Nel caso delle cimici da letto, come eliminarle dipende soprattutto dalla gravità dell’infestazione. Se vi siete accorti troppo tardi del problema, l’unica alternativa che avete è chiamare un professionista. Potete scegliere una delle aziende specializzate in disinfestazioni della vostra città che in poche ore risolveranno il problema in maniera totale e definitiva.

 

Con le cimici da letto l’arma migliore è il tempismo. Agire subito dalla comparsa dei primi segni: alla prima puntura sospetta trovata al risveglio bisogna cercare la tana, le tracce, le uova di cimici da letto, gli escrementi di cimici da letto e provvedere subito a disinfestare la zona.

cos è l'irpef

Cos’è l’Irpef, a cosa serve e come si calcola

Una guida all’imposta Irpef e come si calcola in busta paga

Quando riceviamo la nostra busta paga, inevitabilmente si guarda solo la cifra in fondo a destra, la retribuzione netta percepita dal lavoratore, senza notare più di tanto le altre voci utili per capire e leggere il cedolino. Tra queste voci c’è proprio l’Irpef. Acronimo di Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche, è una delle principali tasse che i cittadini devono pagare allo Stato, e che colpisce i redditi prodotti sul territorio di lavoratori dipendenti, autonomi, pensionati e alcuni tipi di imprese sia residenti che non residenti in Italia. Vista spesso con avversione e perplessità, ci domandiamo che cos’è l’Irpef, a cosa serve e come si calcola in busta paga, ma spesso rinunciamo a capirci qualcosa perché spaventati da numeri, termini e frasi sofisticate. In questo articolo rispondiamo alle domande suddette, e spieghiamo, in parole semplici ed esaustive, cos’è l’Irpef, per capire la sua importanza per il sistema fiscale italiano.

Che cos’è l’Irpef: storia dell’imposta

Prima di capire che cos’è l’Irpef è necessario riassumere brevemente la sua storia. Nata nel XIX secolo, fu introdotta inizialmente in Inghilterra e in altri paesi europei per accompagnare lo sviluppo delle fiorenti economie industriali e supportare le crescenti spese degli Stati.

L’idea di base era quella di un prelievo sul reddito complessivo di ogni individuo o famiglia, da qualsiasi fonte provenisse, da assoggettare ad aliquote (percentuali) progressive, crescenti per brevi intervalli di reddito, e con poche deduzioni o detrazioni personali (agevolazioni che intervengono sul reddito complessivo), al fine di garantire, in modo diretto e semplice, al bilancio pubblico una quota, considerevole, del reddito nazionale prodotto ogni anno.

Adottata poi nei principali paesi del mondo, in Italia fu introdotta solo nel 1973 con la riforma tributaria, attuata nel 1974. Prima di allora il sistema fiscale italiano era frammentato e obsoleto, basato su una serie di imposte diverse. Quelle sul reddito, suddivise in imposte complementari sul reddito, di ricchezza mobile e redditi agrari. E quelle sul patrimonio e beni, con imposte sui fabbricati e sulla ricchezza immobiliare.

Non coordinate tra loro, queste tasse mancavano di una visione complessiva e progressiva, per la redistribuzione della ricchezza, favorendo spesso le grandi rendite e le evasioni fiscali, più comuni nei redditi più alti. Mancava inoltre una differenziazione tra livelli di reddito, dove si applicavano identiche e rigide aliquote, penalizzando di conseguenza quelli più bassi. Un sistema che non rispettava pienamente il principio costituzionale della capacità contributiva.

L’introduzione dell’Irpef è stato un tentativo per risolvere questi problemi, creando un sistema unico e progressivo, con una tassazione basata sul reddito complessivo delle persone fisiche, e una maggiore attenzione ai redditi medio – bassi tramite detrazioni e scaglioni (fasce) progressivi. Un sistema che ha adeguato l’Italia agli standard fiscali dei paesi moderni.

L’Irpef è una tassa dinamica e nel corso degli anni ha subito varie modifiche. È l’imposta che ha subito il maggior numero di revisioni dalla sua entrata in vigore, per adattarsi alle esigenze economiche e sociali del paese, riducendo gli scaglioni e le aliquote, e aumentando bonus e detrazioni al fine di garantire una sostenibilità fiscale, ma anche per stimolare consumi e investimenti, senza penalizzare e andando incontro alle fasce di reddito medio – basse.

Inizialmente, nel 1974, erano 32 scaglioni con aliquote dal 10% al 72%, oggi (dal 1°gennaio 2024) gli scaglioni sono ridotti a 3 con altrettante aliquote 23%, 35% e 43%.  Per il futuro si discute su una possibile flat tax per ridurre le attuali aliquote Irpef ad una sola aliquota valida per tutti i contribuenti, riducendo la pressione fiscale sui ceti bassi con le detrazioni.

 

A cosa serve l’Irpef

Una volta capito cos’è l’Irpef, possiamo facilmente intuire anche a cosa serve: contribuire allo stato sociale in base alle tue possibilità. L’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche è una tassa diretta che deve essere corrisposta in proporzione a tutti coloro che producono un reddito, per rispettare la progressività fiscale prevista dalla costituzione.

 

Come funziona l’Irpef

L’Irpef si applica a vari tipi di reddito: lavoratori dipendenti e autonomi, liberi professionisti, pensionati e società di capitali e persone. Le scadenze per il pagamento Irpef variano a seconda del modello utilizzato, e della tipologia di reddito posseduta, per la dichiarazione dei redditi.

irpef a cosa serve

Il Modello 730, per lavoratori dipendenti e pensionati, si presenta generalmente entro il 30 settembre dell’anno successivo al periodo d’imposta, con possibilità per i coniugi di presentarlo in forma congiunta. Non è necessario versare autonomamente le tasse, che sono gestite dal sostituto d’imposta, solitamente il datore di lavoro o un ente pensionistica, con trattenute o eventuali rimborsi fiscali direttamente in busta paga o pensione.

Il Modello Redditi Persone fisiche è destinato ai lavoratori autonomi (titolari di partita IVA), a chi percepisce un reddito non gestibile dal Modello 730 (redditi esteri, da capitale, da locazione) e a chi non ha un sostituto d’imposta. Si presenta autonomamente in unica soluzione al 30 novembre oppure in due rate, 40% entro il 30 giugno e il restante 60% entro il 30 novembre. Le imposte da pagare devono essere presentate tramite il Modello F24.

L’Irpef viene corrisposta tramite acconto o saldo: acconto, in una o due rate, per l’anno in corso, richiesto se l’imposta superava nell’anno precedente 51,65 euro. Unica soluzione entro il 30 novembre se l’acconto è inferiore a 257,52 euro, due rate 40% entro il 30 giugno e 60% entro il 30 novembre, per acconti pari o superiori a 257,52 euro. Il saldo per l’anno precedente viene saldato insieme al primo acconto di giugno o luglio in rate mensili fino a novembre.

 

Come si calcola l’Irpef

Le regole su come si calcola l’Irpef sono gestite dal TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi) che regolamenta anche detrazioni e deduzioni delle persone fisiche tenute a pagare l’imposta. La base imponibile dell’Irpef riguarda la totalità dei redditi percepiti nel corso dell’anno da lavoro dipendente, assimilati e di impresa.

Come detto in precedenza dal 1° gennaio 2024 le aliquote applicate sono 3, basate su altrettanti scaglioni: aliquota al 23% per i redditi fino a 28.000 euro (primo scaglione), aliquota al 35% per i redditi superiori a 28.000 euro e fino a 50.000 euro (secondo scaglione) e aliquota al 43% per i redditi che superano 50.000 euro (terzo scaglione).

La progressività dell’imposta si palesa proprio tramite gli scaglioni, ognuno con un valore minimo e massimo in cui si paga una specifica aliquota percentuale. Il reddito che va oltre il valore massimo di uno scaglione verrà tassato secondo l’aliquota immediatamente successiva. Facciamo un esempio per capire come si calcola l’Irpef. Ipotizziamo un reddito imponibile di 30.000 euro, in questo caso, l’imposta lorda rientra nella prima aliquota del 23% per i primi 28.000 euro, più il 35%, della seconda aliquota, per i restanti 2.000 euro.

Ricordiamo inoltre che l’imposta non è dovuta ai redditi che non superano determinate soglie. Nel 2024 sono completamente esentati dal pagamento delle tasse i lavoratori dipendenti titolari di redditi non superiori a 8.500 euro. La soglia per i lavoratori autonomi è di 5.500 euro.

 

Perché l’Irpef è importante

Prima abbiamo visto a cosa serve l’Irpef, e prima ancora perché è nata. La sua utilità è fondamentale per lo stato sociale e la progressività fiscale prevista dalla costituzione, ma nel concreto e pragmatico perché è importante? Quali sono i suoi effetti?

Anzitutto, è una delle maggiori entrate per le casse dello Stato, e garantisce risorse per servizi essenziali come: sanità, istruzione, sicurezza, infrastrutture e welfare; ed essendo un’imposta progressiva, redistribuisce la ricchezza in modo equo facendo contribuire in misura maggiore a chi guadagna di più, e quindi in proporzione al proprio reddito, andando incontro alle fasce meno abbienti.

Senza l’Irpef sarebbe difficile costruire o mantenere scuole, ospedali, forze dell’ordine e altre strutture pubbliche. Aiuta infatti a ridurre le disuguaglianze economiche e a finanziare programmi sociali per chi è in difficoltà, pianificare interventi economici, investimenti e politiche di sviluppo.

Sapere che cos’è l’Irpef e capire come funziona è fondamentale per comprendere il funzionamento di uno Stato. A livello economico, promuovendo equità e contribuendo alla coesione sociale per sostenere il benessere collettivo. Senza si metterebbe in discussione l’esistenza stessa del paese.

 

Napoli Sotterranea: biglietti, orari e dove si trova

Tutto quello che devi sapere per visitare Napoli sotterranea

Stai visitando Napoli? Allora non può mancare l’acquisto dei biglietti della Napoli sotterranea. Una tappa obbligatoria per i turisti e i cittadini, un’escursione che ti mostrerà questo substrato che sorregge la città da oltre 5.000 anni. Una grande rete di cunicoli, gallerie, catacombe, acquedotti, cisterne e spazi scavati ed utilizzati dall’uomo, sin dalla fine della preistoria fino a pochi anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Un mondo a parte a 40 metri di profondità, che occupa un’area di oltre 2.000.000 metri quadri, con 40 km di cunicoli, di cui solo il 10% visitabile, che si estende per tutta la città, partendo dal centro storico. Scopriamo insieme l’altra faccia di Napoli, misteriosa e altrettanto ricca di storia, quanto quella in superfice. In questo articolo troverai tutto quello che devi sapere per visitare Napoli sotterranea: biglietti, orari e prezzi delle visite guidate, le sue origini e storia e i vari percorsi e ingressi sparsi in città, per un’emozionante esperienza unica al mondo.

passaggio napoli sotterranea

 

Cos’è Napoli sotterranea: storia e origini

Le origini e la storia di Napoli sotterranea sono strettamente legate alla conformazione morfologica e geologica del territorio partenopeo, composto in gran parte dal tufo. Un tipo di roccia di matrice vulcanica con particolari caratteristiche come leggerezza, friabilità e stabilità, ideale per essere usato come materiale da costruzione.

I primi manufatti e scavi sotterranei risalgono addirittura alla fine dell’era preistorica, circa 5.000 anni fa. Ma le prime cave per l’estrazione del tufo risalgono al III secolo a.C., nel periodo della Magna Grecia, fondamentale per la costruzione di Neapolis, l’antenata greca di Napoli. Gli spazi che si venivano a creare durante gli scavi vennero adibiti ad una serie di utilizzi come ipogei funerari o all’approvvigionamento idrico con cisterne per la raccolta di acque piovane, che messe in collegamento tramite cunicoli, andavano a prelevare l’acqua da una sorgente alle falde del monte Somma, nel paese di Volla, da cui prese il nome “acquedotto della Bolla”.

Lo sviluppo massiccio del reticolo dei sotterranei iniziò in epoca romana, precisamente in quella augustea, dove i romani dotarono la città di gallerie viarie, come la grotta di Cocceio e la grotta di Seiano, e soprattutto di una complessa rete di acquedotti alimentata da condotti sotterranei provenienti dalle sorgenti di Serino, a 70 km dal centro di Napoli. Altri rami dell’acquedotto dell’epoca augustea arrivano sino a Miseno, per rifornire la Piscina Mirabilis, la cisterna d’acqua riservata alla flotta imperiale.

Sufficientemente larghi per permettere il passaggio di un uomo, i cunicoli dell’acquedotto si diramavano in ogni direzione, con lo scopo di alimentare fontane pubbliche e abitazioni in diverse aree della città antica. Sulle pareti, a tratti, si possono notare ancora le tracce dell’intonaco idraulico, utilizzato dagli ingegneri antichi per impermeabilizzare le gallerie.

Nel 1266 alla crescente espansione urbanistica della città voluta dagli Angioini, una nascente dinastia di origine medievale, corrispose un maggiore incremento dell’estrazione del tufo, per la costruzione di nuovi edifici.

Tra il 1588 e il 1615 ci furono una serie di editti che proibivano l’introduzione in città di materiali da costruzione, per arginare la crescita incontrollata di Napoli. Di conseguenza i cittadini per costruire nuovi palazzi e abitazioni, incrementarono ancora di più l’estrazione del tufo dal sottosuolo, usando dei pozzi già esistenti, con un prelievo del materiale dall’alto verso il basso, stando bene attenti a dove prelevare al fine di garantire stabilità ed evitare crolli. Anche le cisterne d’acqua potabile vennero ampliate ricavandone delle nuove ed espandendo sempre più a fondo la Napoli sotterranea.

Nel 1627 un nuovo acquedotto venne costruito, grazie ai finanziamenti del benefattore Cesare Carmignano, membro di una nobile e antica famiglia napoletana.

Nel 1885, dopo una devastante epidemia di colera, venne abbandonato il vecchio sistema della distribuzione idrica, poco igienico e sicuro, per la costruzione del nuovo acquedotto ancora oggi in funzione.

L’ultimo intervento sul sottosuolo avvenne durante la Seconda Guerra mondiale, che per offrire rifugio alla popolazione dai bombardamenti aerei, si adottarono, sfruttarono e frazionarono le strutture e gli spazi del vecchio acquedotto. Furono allestiti in tutta Napoli sotterranea, 369 ricoveri in grotta e 247 ricoveri anticrollo. Addirittura, in un elenco ufficiale del Ministero degli Interni del 1939 si annotava come 616 indirizzi corrispondessero ai 436 ricoveri suddetti.

A testimoniare quei momenti ci sono, oltre ad oggetti vari, le pareti dove troviamo di tutto, nomi, costumi e caricature di personalità dell’epoca, soldati di varie nazioni, date e informazioni e notizie sui due sommergibili italiani, il Diaspro ed il Topazio, ma anche i pensieri scritti e riflessioni su chi è stato costretto a restare in quei luoghi per via dei raid aerei, tramandando preziosissime testimonianze.

Conclusa la guerra, tutte le macerie causate dai bombardamenti, vennero scaricate nel sottosuolo quasi a voler nascondere e dimenticare quel periodo nero, ma non solo, divenne una vera e propria discarica di rifiuti. Sino agli anni 60 non si senti più parlare della Napoli sotterranea.

Solo nel 1968 tornò d’attualità come argomento, per una serie di problemi, come rotture di fogne o perdite nel nuovo acquedotto. Questi inconvenienti, che in tutte le città si manifesterebbero con allagamento di fognature e fuoriuscita di liquami in superfice nelle strade, a Napoli invece proprio per la presenza del substrato vuoto si palesarono improvvisamente una serie di grandi voragini.

Dopo circa 20 anni di lavori, tra scavi e bonifiche, e grazie anche all’impegno di volontari, che calandosi nelle viscere della Napoli sotterranea riportarono alla luce reperti storici di significativa importanza, è possibile oggi scoprire una pagina unica e poco conosciuta della città, diventando un vero e proprio museo sottoterra.

 

Napoli sotterranea: dove si trova ed entrata

Si potrebbe dire che la Napoli sotterranea si trovi ovunque al di sotto di quella in superfice. Ed effettivamente è così, partendo dal centro storico si snoda in più direzioni, avendo molteplici entrate. Sono due gli ingressi ufficiali, gestiti da due enti distinte, l’Associazione Napoli Sotterranea, riconosciuta dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e L.A.E.S Libera Associazione Escursionisti Sottosuolo, riconosciuta dalla Regione Campania. La prima entrata si trova a piazza San Gaetano 68 in via dei Tribunali, la seconda è nei Quartieri Spagnoli, in vico S. Anna di Palazzo 52.

 

galleria napoli sotterranea

 

 

Napoli sotterranea: biglietti, ingresso e tour

Come fare i biglietti

Due sono i tour e gli ingressi più famosi della Napoli sotterranea: il primo, gestito dall’Associazione Napoli Sotterranea, ha una durata di 90 minuti, parte con l’ingresso situato in piazza San Gaetano 68. Per i biglietti, se si è parte di un gruppo composto dalle 10 persone in su, è necessaria la prenotazione sul sito tramite i vari contatti disponibili, con un numero inferiore ci si può presentare direttamente all’entrata, con il rischio di lunghe file e attese, soprattutto nei periodi di maggiore affluenza. Escursioni in altre lingue sono disponibili solo su prenotazione.

Ingresso e tour nei sotterranei

Dopo aver varcato l’entrata si scendono 136 gradini, dotati di corrimano, che ti portano a 40 metri di profondità, e aprono la visita con cavità di tufo usate prima come ipogei funerari e cisterne pluviali dell’acquedotto greco-romano, e dopo come rifugi antiaerei della Seconda Guerra Mondiale, passando poi per spazi adibiti a vari utilizzi didattico-scientifici come, una stazione sismica, gli orti ipogei e le serre. Si procede con il teatro greco-romano, vi si accede tramite una botola nascosta sotto il letto di un’abitazione al piano terra, chiamata basso napoletano, e si arriva a questo teatro usato ai tempi di Nerone e a dei canali di scolo epoca borbonica costellati di maioliche di colore blu. Alla fine del tour si può visitare il Museo della Guerra, tra documenti e cimeli della popolazione napoletana, che sotto bombardamento si rifugiò nella Napoli sotterranea.

Tutto il percorso è estremamente sicuro, comodo e con ampi passaggi, c’è solo cunicolo stretto di circa 10 metri, da attraversare a lume di candela per accedere ad una cisterna. Un passaggio facoltativo, chi non se la sente, può aspettare comodamente sulle panchine predisposte. Un tour per tutte le fasce d’età, dagli anziani ai bambini, anche molto piccoli, con la possibilità di lasciare il passeggino all’ingresso, ed è consentito scattare foto. In qualsiasi momento è possibile interrompere la visita e tornare in superficie, se non ci si sente a proprio agio.

Il secondo tour è gestito dal L.A.E.S Libera Associazione Escursionisti Sottosuolo della durata di 60 minuti, ha l’ingresso in vico S. Anna di Palazzo 52. In questo caso per visitare la Napoli sotterranea si può solo prenotare tramite il sito con tutti i contatti a tua disposizione, sia per gruppi o persone singole, i bambini inferiori ai 6 anni non sono ammessi. L’ingresso passa attraverso un antico pozzo intorno al quale è stata scavata una scala a chiocciola, un tour perfetto, questo, per scoprire i vecchi acquedotti. I due più antichi quello greco, acquedotto della Bolla, quello romano augusteo e quello più recente, del XVII secolo, di Cesare Carmignano. Infine, si passa ad un rifugio antiaereo, scoperto, ripulito e reso visitabile dal L.A.E.S, che ospitò 4000 persone durante i bombardamenti.

Per chi soffre di claustrofobia, è previsto un percorso alternativo, onde a evitare cunicoli più stretti. È consentito scattare foto e portare il proprio cane.

Come visitare Napoli sotterranea

Giunti a questo punto ti starai domandando come visitare Napoli sotterranea e cosa è consigliabile indossare. La temperatura a 40 metri di profondità si aggira, tutto l’anno, tra i 16 e 18 gradi, per questo è consigliato indossare, anche nei periodi caldi, una giacca o maglioncino, e delle scarpe comode per i molti gradini da scendere e salire.

 

Perché acquistare biglietti per Napoli sotterranea

Come già detto, se stai visitando Napoli, acquistare i biglietti per Napoli sotterranea è obbligatorio. Perché è letteralmente un viaggio nel tempo di oltre 2800 anni, vedendo e toccando con mano, la storia più segreta della città partenopea, dai tempi più remoti a quelli contemporanei. Un mondo sotterraneo e misterioso, che ha partorito la meravigliosa e storica metropoli che conosciamo.

Napoli sotterranea: prezzi e orari

I prezzi e gli orari della Napoli sotterranea differiscono leggermente nelle due enti gestionali. L’Associazione Napoli Sotterranea è aperta tutti i gironi, e le visite guidate, in lingua italiana, partono ogni ora dalle 10 alle 18. Le escursioni in lingua inglese sono alle ore 10, 12, 14, 16 e 18. È prevista ogni settimana una visita notturna il giovedì sera alle 21 solo su prenotazione, raggiungendo un minimo di 10 persone.

Il prezzo del biglietto varia in base alla fascia d’età: 10 euro per gli adulti, ridotto a 8 euro per gli studenti, i bambini entrano gratis fino a 5 anni, e dai 5 ai 10 anni prezzo ridotto a 6 euro, gruppi scolastici 8 euro e gratuito per gli insegnanti con la possibilità per questi ultimi, di prenotare visite guidate anche ad orari diversi da quelli indicati. Nei giorni festivi le prenotazioni per i gruppi si accettano solo al di fuori degli orari classici d’apertura, dunque prima delle 9 e 30 o dopo le 18 e 30. Se il gruppo nei festivi o ponti deciderà di venire in un orario compreso tra le ore 9 e 30 e le ore 18 e 30 dovrà attendere il proprio turno in caso di fila.

Il L.A.E.S Libera Associazione Escursionisti Sottosuolo è aperto dal lunedì al venerdì dalle ore 10 alle ore 16 e 30, il sabato la domenica e i festivi dalle 10 alle 18. Il prezzo per gli adulti è di 12 euro, e per i bambini, dai 7 ai 12 anni, è di 6 euro.

Cos’altro aggiungere se non consigliarvi assolutamente di acquistare i biglietti per Napoli sotterranea. Un’esperienza unica e incredibile che ti farà scendere nelle viscere del sottosuolo, il vero e proprio grembo che ha generato la città sin dall’antichità. Un mondo vasto e labirintico in gran parte inesplorato, che ha ancora tanto altro da offrire, per capire ancora più affondo la storia e le origini di Napoli.

bandiera olandese

Bandiera Paesi Bassi: significato e colori

Ecco com’è fatta la bandiera dei Paesi Bassi, la storia e i colori della bandiera olandese

Il tricolore orizzontale a bande rosse, bianche e blu è la bandiera dei Paesi Bassi, una delle più riconoscibili al mondo e tra le più antiche d’Europa. La sua origine ha radici profonde che affondano nella figura di Guglielmo I d’Orange nel XVI secolo, all’inizio della guerra d’indipendenza del paese. Ripercorriamo le varie fasi di una lunga storia tortuosa, per capire il significato e i colori di questa famosa bandiera, che ha seguito parallelamente l’evoluzione della nazione che conosciamo oggi.

 

Com’è fatta la bandiera dei Paesi Bassi

La bandiera dei Paesi Bassi è un tricolore composto da delle bande orizzontali rosse, bianche e blu, in ordine rispettivamente dall’alto verso il basso. Una bandiera che condivide gli stessi colori del tricolore francese.

 

Bandiera dei Paesi Bassi: significato, colori e simbologia

La bandiera dei Paesi Bassi è un simbolo di libertà poiché nata agli inizi della guerra per l’indipendenza del paese. I suoi colori, il rosso, Il bianco e il blu simboleggiano la Casa d’Orange-Nassau, la famiglia reale dei Paesi Bassi. Originariamente il rosso della bandiera era arancione, gradualmente cambiò nel tempo.

mappa olanda con colori nazionali

 

Storia della bandiera olandese

La bandiera dei Paesi Bassi per come la conosciamo nacque nel XVI secolo, quando le province olandesi, sotto il dominio spagnolo, si ribellarono a Filippo II di Spagna iniziando, nel 1568, la guerra d’indipendenza denominata Guerra degli Ottant’anni. A guidare la rivolta il Principe Guglielmo I d’Orange, che nel 1574 utilizzò per la prima volta la Prinsenvlag, ovvero: Bandiera del Principe, composta da tre bande orizzontali con i colori dello stemma del Principato d’Orange, arancione, bianco e blu.

Dopo il 1630, l’arancio della bandiera cambiò in rosso diventando intorno al 1648, al termine del conflitto, quella contemporanea.  Ciò non impedì al vessillo con il colore originale di esistere e coesistere con la sua nuova versione.

Nel 1795 i Paesi Bassi caddero nuovamente sotto un dominio straniero, questa volta per mano della Francia di Napoleone Bonaparte che costituì la giacobina Repubblica di Batava. In questo nuovo regime fu vietato l’utilizzo del nome Prinsenvlag e il colore arancione del vessillo fu sostituito ufficialmente con il rosso.

Questo per affermare che il paese non apparteneva più alla dinastia Orange, e perché il rosso richiamava direttamente il tricolore francese. Inoltre, nel 1796 alla banda rossa, nell’angolo superiore sinistro, fu aggiunta la figura di una fanciulla e un leone ai suoi piedi, tenendo in una mano uno scudo con dei fasci romani e nell’altra una lancia.

Questa nuova bandiera ebbe vita breve come quella della Repubblica Batava per la quale fu creata, grazie a Luigi Bonaparte, eletto dal fratello imperatore, re d’Olanda. Il nuovo sovrano, infatti intendeva compiacere il popolo perseguendo una politica puramente olandese, rispettando sentimenti e valori nazionali, per questo rimosse la fanciulla della libertà ripristinando il classico tricolore.

Nel 1813 i Paesi Bassi, con il Congresso di Vienna, riacquistarono l’indipendenza e il Principe d’Orange ritornò in patria dall’Inghilterra dove era in esilio. Conseguentemente i due tricolori gemelli, l’aranciobiancoblu e il rossobiancoblu riapparirono tra la popolazione, e ripresero a sventolare orgogliosamente. Ma quale delle due dovesse essere la bandiera nazionale rimase in sospeso.

Con la Restaurazione fu costituito il Regno Unito dei Paesi Bassi, e il re Guglielmo I optò per la versione con la banda rossa, alla quale era affiancato un pennone arancione, una bandiera stretta e lunga, con l’aggiunta dello stemma reale al centro sulla banda bianca. Nello stesso periodo risale l’uso, per volontà popolare, di affiancare uno stendardo arancione assieme alla bandiera nazionale, un segno della ritrovata alleanza tra il popolo e gli Orange.

Durante gli anni Trenta del 1900, il partito nazionalsocialista olandese, il Natioonal- Socialistische-Beweging, adottò la Prinsenvlag come proprio simbolo. In risposta a ciò, il 19 febbraio 1937, la regina Guglielmina con un decreto reale stabilì, che la bandiera definitiva e ufficiale dei Paesi Bassi, fosse composta dai colori rosso vermiglio, bianco e blu cobalto. Oggi la Prinsenvlag è utilizzata sporadicamente a mero scopo politico, da gruppi di estrema destra olandesi e fiamminghi.

mani e bandierine olandesi

Alcune curiosità sulla bandiera dei Paesi Bassi

Una prima bandiera primordiale già esisteva nel XV secolo con i Signori di Borgogna, storica e antica famiglia nobile francese, che dominava sui territori degli attuali Paesi Bassi. Questo vessillo raffigurava lo stemma della casata, una Decusse o croce di Borgogna, formata da uno sfondo bianco e una croce rossa, rappresentante due ramoscelli di alloro infuocati. Successivamente questo simbolo rimase in uso anche quando il paese passò sotto il potere della Casa d’Asburgo.

Il motivo del cambio cromatico della bandiera dei Paesi Bassi è ancora incerto, ma molto probabilmente non fu una scelta politica ma pratica, poiché il colore rosso aveva una maggiore visibilità in mare rispetto all’arancione, che tendeva a scolorire facilmente a contatto con la salsedine.

Ad oggi il colore arancione, pur non essendo nella bandiera ufficiale, è comunque il simbolo dei Paesi Bassi, che ha dato il via al processo d’indipendenza del paese. Per questo è utilizzato in numerose divise delle nazionali sportive e anche dai suoi tifosi. Nel 1593, oltre le due bandiere gemelle, venne introdotta una terza bandiera ufficiale, quella degli Stati Generali Olandesi. Un corpo supremo della Repubblica delle Sette Provincie Unite, l’antenata degli odierni Paesi Bassi, nata dopo la fine della guerra con la Spagna.

Originariamente consisteva in un leone rosso su uno sfondo dorato, lo stemma della Contea d’Olanda, una signoria storica di epoca medievale. Più tardi invertirono i colori con il leone dorato su sfondo rosso. Questa terza bandiera, tuttavia, non costituiva una contraddizione con la Prinsenvlag e la sua gemella rossa anzi, in dipinti dell’epoca si vedono sventolare entrambe armoniosamente l’una a fianco all’altra, simboleggiando i due centri del potere di governo del paese.

 

I Paesi Bassi e la sua bandiera: uno stretto legame

 La bandiera dei Paesi Bassi, come già detto, è un simbolo d’indipendenza, nata quasi 500 anni fa. Una storia d’amore iniziata in guerra, quella che lega il popolo alla dinastia Orange e quindi al proprio vessillo. Un rapporto tra alti e bassi, modifiche, divieti e reintegrazioni, un percorso faticoso e avvincente che ha attraversato i secoli, sino ad arrivare al tricolore odierno che tutti conosciamo.

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